Pensieri sui recenti fatti riguardanti la Chiesa Cattolica e i Lefebvriani della Fraternità S. Pio X, ma anche attenzioni al nostro vivere da discepoli di Gesù nella Sua Chiesa.
   Cito ancora una volta Battisti che compone e canta e Mogol che scrive il testo di “Amarsi un po’”, non perché abbia interessi di sorta nel citare tali artisti, ma ritengo che si possano riconoscere ormai come tesoro comune della cultura e dell’arte che ci caratterizzano. La canzone citata si conclude dicendo: “Per diventare noi, veramente noi / Uniti, indivisibili / Vicini, ma irraggiungibili” e chiaramente parla di due innamorati, ma io vorrei riferirla al grave momento vissuto dalla Chiesa con la recente divisione (scisma) scelta dai Lefebvriani.
   Per non perdere la propria identità, “per diventare noi”, non si può parlare al singolare, ma solo nella comunione, cioè nell’unità, “Uniti, indivisibili”, si conosce, si matura e si cresce, proprio come rileva probabilmente la più spicciola delle psicologie o pedagogie: è nell’incontro/confronto con l’altro, con il diverso da sé, che si può scoprire sé stessi e la propria bellezza, la propria identità e anche i propri limiti per poi crescere insieme.
   Potrei citare ancora una volta il rapporto all’interno di una coppia, ma questa volta mi riferisco a quanto è capitato nei giorni scorsi tra Chiesa cattolica e Fraternità San Pio X che ha scelto di consacrare nuovi vescovi senza l’autorizzazione del Papa, il Padre dei Pastori, segno vivente della comunione nella Chiesa. Non si tratta di un semplice gesto di disobbedienza, ma della gravissima scelta di un passo contro quella tradizione che i Lefebvriani affermano di custodire e di difendere, perché “tradizione” significa “consegna” dei tesori più preziosi. La tradizione non è semplicemente celebrare la Messa in latino (“secondo il rito antico”), ma tutto ciò che è esperienza di fede e di Chiesa.
   Siamo uniti e indivisibili, perché figli di Dio e fratelli fra di noi in quanto battezzati, ma siamo liberi nel compiere le scelte (l’etimologia di “eresia” è anche “scelta”) e quella comunione che è dono e vocazione dei credenti in Cristo può essere ferita dalla libertà di ciascuno.
   La distanza non è soltanto sulla liturgia, ma il fatto che la Fraternità non accetta il Concilio Vaticano II soprattutto per quello che riguarda la libertà religiosa, il coinvolgimento dei laici, il rapporto con gli ebrei. Si possono preferire il rito antico e la Messa in latino, e Papa Leone non ha mancato di mostrare aperture in tal senso e attenzioni a tale sensibilità, ma ha posto un interrogativo, domandando se c’è davvero tutta questa differenza di esperienza profonda nella fede se si celebra bene secondo il rito del Vaticano II. Il Concilio dà la direzione da seguire: conservare l’autentica tradizione e favorire il legittimo progresso che significa che ciò che è divino nella liturgia è immutabile, ma vi sono anche possibili, talora doverosi cambiamenti purché la liturgia stessa non venga snaturata. Ne sono un esempio la possibilità di sostituire con le varie lingue il latino o che il sacerdote celebri rivolto ai fedeli, al fine di incarnare il culto nelle forme culturali attuali e possa raggiungere meglio i fedeli.
   La nostra canzone continua parlando di “Vicini, ma irraggiungibili”, binomio che mi sembra sottolineare comunque l’unità, salvaguardando la diversità, come in qualsiasi rapporto, in qualsiasi amicizia o coppia. La diversità è una ricchezza che fa crescere chi rimane vicino, cioè aperto al dialogo e ponendo al di sopra di tutto la comunione, perché senza di essa davvero si perde tutto.
   Leone XIV sa che il futuro della Chiesa passa dalla fedeltà al Concilio e da un’unità che non può rinunciare alla verità e da buon Pastore, da coraggioso Pastore, da saldo Pastore, con dolcezza e fermezza lo ha dichiarato a tutti, anche ai fratelli e alle sorelle Lefebvriani, al costo non tanto delle critiche alla sua persona, ma di una ferita che speriamo si rimargini al più presto.
   Questo è un momento di sofferenza della Chiesa e mi pareva utile provare con voi a fare un po’ chiarezza. Noi siamo la Chiesa del Signore Gesù che ci ha donato Pietro e i suoi successori per riconoscerci un solo corpo. Sulla questione si può sicuramente dibattere ulteriormente, ma siamo certi e consapevoli, me compreso, che dobbiamo fare di tutto per custodire l’unità? Il diavolo lavora bene nel dividere la Chiesa e le persone, è il suo lavoro, ma noi abbiamo la Grazia, cioè la forza di Dio per vincere questo nemico, sempre. Siamo diversi e unici, ma fatti per vivere e procedere insieme… guarda un po’ è proprio questo il vero significato della sinodalità (“camminare insieme”).

don Matteo